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Venti indagati per le minacce al sindaco di Bologna dopo gli scontri per Fakir

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Venti indagati per le minacce al sindaco di Bologna dopo gli scontri per Fakir

Reggio Emilia – Sono almeno venti le persone indagate per le minacce rivolte sul web al sindaco di Bologna, Matteo Lepore, dopo gli scontri avvenuti il 20 luglio, seguiti alla manifestazione per la morte di Abderrahim Fakir.

L’ipotesi di reato contestata è quella di minaccia aggravata dal metodo informatico. Le indagini, condotte dalla Digos, hanno portato all’identificazione di venti indagati, tra cui bolognesi e persone residenti fuori provincia e fuori regione, che hanno scritto messaggi offensivi, comparsi sui social e inviati anche direttamente alla posta elettronica del sindaco.

La manifestazione, che si è svolta in piazza Nettuno, ha visto la partecipazione di migliaia di persone e si è trasformata in una violenta campagna di insulti nei confronti di Lepore, il quale ha respinto le accuse, affermando che contrapporre le istituzioni avrebbe finito per favorire chi contesta lo Stato. Il 19 luglio, Abderrahim Fakir, 42 anni, è deceduto al Pilastro durante un intervento della polizia.

In seguito alla manifestazione, una parte dei manifestanti ha dato vita a scontri con le forze dell’ordine nel centro di Bologna, che hanno provocato il ferimento di 64 agenti. La situazione ha innescato un acceso dibattito politico, con il centrodestra che ha accusato Lepore di aver contribuito a creare un clima ostile nei confronti delle forze dell’ordine, mentre il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha criticato la convocazione della manifestazione.

Sotto i profili social di Lepore sono stati registrati centinaia di messaggi minacciosi e offensivi, alcuni dei quali contenevano riferimenti alla sua famiglia e al luogo in cui vive. In risposta, il sindaco ha presentato denuncia e la Prefettura ha disposto per lui un servizio di scorta.

Le indagini hanno portato all’identificazione di indagati provenienti da Bologna e da altre province e regioni, con profili vari, tra cui studenti e commercianti. Un aspetto rilevante è che molti indagati avrebbero utilizzato nome e cognome, senza ricorrere ad account falsi. Non risulta, al momento, un collegamento tra gli autori dei messaggi né una regia comune, suggerendo che si tratti di iniziative individuali maturate nel clima seguito agli scontri del 20 luglio. La Digos continua a esaminare post, commenti, messaggi privati ed email per approfondire la situazione.

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